I Padri e il Ruolo Educativo
Il padre tra passato e presente: funzione immutabile nella vita dei figli
I padri devono riappropriarsi del loro ruolo educativo per il bene non solo dei figli, ma della società
Uno dei problemi che caratterizza questo inizio di XXI secolo è inerente alla funzione educativa della famiglia e in particolare il ruolo da assegnare al padre.
Numerosi atti di convegni allungano ombre pessimistiche su una società che non conosce regole e limiti, su una gioventù dedita all’apologia del “voglio tutto e subito”. Un tempo, non molto lontano, il padre rivestiva la funzione di colui che insegnava ai figli ad affrontare la vita con impegno, responsabilità e sacrificio. E’ noto come la rivoluzione culturale, prima del ‘68 e poi del vuoto dei decenni successivi, abbia creato una società apatica, semi-depressa che non riconosce alcun valore alla conquista di se stessi e al rispetto di chi ha da donare soltanto un’amorevole esperienza.
Non è corretto addossare, tuttavia, ogni male ad una onnipresente quanto invisibile società. E’ necessario anche chiedersi quali sono i compiti propri della funzione paterna affinché l’incolpata società possa migliorare.In passato si diceva, seguendo teorie psicoanalitiche da caffè, che il conflitto con l’autorità paterna era la genesi del freudiano mito di Edipo, con tanto di castrazione e relativa frustrazione.
Oggi, invece, il disagio della gioventù sembra essere provocato dall’eccessiva permissività dei padri nei confronti dei figli. Permissività che sembra essere avallata da una pedagogia buonista e ipocrita di chiara matrice capitalistica. Infatti, non bisogna mai sottovalutare il perfido messaggio che certe organizzazioni lanciano al mondo intero evaporando il ruolo paterno. Il padre in passato rappresentava la legge, oggi molti giovani lamentano che rispetto alle loro trasgressioni vengono sempre perdonati e compresi: il loro è un grido d’aiuto, sperano che il padre come ontologico rappresentante della legge fermi la loro corsa verso l’auto-distruzione.
Dunque, il ruolo del padre è innanzitutto fornire quel buon esempio che i figli dovrebbero interiorizzare per evitare il fallimento e la continua resa di fronte alle piccole e grandi difficoltà della vita.
Il padre non dovrebbe aver paura di dire NO. Il diniego è di vitale importanza per educare il figlio e per porre il valore non già dell’autorità repressiva, ma dell’autorevolezza che aiuta ed ama con il retto agire. Il padre dovrebbe spingere il figlio all’autogoverno, con ritmo e disciplina. Egli deve donare al figlio il desiderio vitale di realizzare i processi della vita con tranquillità, senza alcuna corsa capricciosa verso mete ubicate fuori da se stesso. Una novità degli ultimi anni, purtroppo, è che non è più il figlio a cercare l’amore del padre, ma è questi che cerca di riconoscere la sua funzione in base all’esigenza di sentirsi amato. Si tratta di una prerogativa inedita nella storia dell’umanità e ribalta la dialettica del riconoscimento: non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. Il padre per sentirsi amato abdica alla sua funzione e per risultare amabile dice sempre SI. E’ questa la via maestra per venire meno alla propria funzione e il padre moderno assume spesso questo comportamento per eliminare il disagio del conflitto, per delegare ad altri (la madre, la scuola) la responsabilità educativa.
Dire sempre SI non è educativo, come sostenuto taluni padri nei talk-show televisivi, ma è collusivo di certuni perniciosi atteggiamenti, fino ad essere un chiaro sintomo patogeno della deficitaria relazione padre - figlio. E’ necessario che i figli imparino ad ubbidire ai padri: il no del padre è un dono di grande valore educativo; è nel giusto no che si partorisce il vero dialogo tra un padre e un figlio, che poi, nel tempo, diventerà dialogo interiore del bambino che diventa giovane adulto e finalmente uomo. Nelle società pre-cristiane il padre era il saggio che il figlio incorporava in sé e con il quale dialogava quando partiva per il mondo e anche dopo la scomparsa del padre. Oggi il padre, molte volte, è l’uomo assente che lavora e che delega funzioni di ogni tipo alla madre. Ma la donna, nonostante la buona volontà, non può rivestire un ruolo che per natura non le appartiene. E’ al padre che spetta di donare al figlio il senso del limite, la possibilità nell’avvenire, la fede nella vita.
Il padre per dare fiducia al figlio deve educarlo a sopportare con stoico ottimismo l’insuccesso e il fallimento, ma spesso sono proprio i padri che, di fronte ai limiti contingenti dei figli, entrano in allarme fino a non tollerarne la fragilità. Il padre deve sapere che il figlio deve fare esperienza per riuscire e anche lo scacco è un passaggio di crescita. Per adempiere a questo compito, occorre che il padre sia libero da istanze narcisistiche: al figlio deve donare, in un immenso gesto d’amore, il senso dell’umiltà.
Egli deve sapere che se ciò non si attua ne consegue che i figli non sopportano più l’insuccesso perché a non sopportarlo sono innanzitutto i loro genitori. Il padre non deve mai essere la manifestazione di una pura negazione repressiva, ma piuttosto la donazione della fiducia nell’avvenire. Per adempiere alla funzione de portatore di speranza, egli deve anche non ascoltare una parola insolente o non vedere un gesto offensivo del figlio; il chiudere gli occhi al momento opportuno risulta, a volte, la condizione per proseguire la sua funzione di vita, oltre l’utero materno.
È il doppio compito difficile della funzione paterna: adoperare un no che sia davvero una negazione al momento giusto, e al tempo stesso saper incarnare il desiderio vitale del figlio, accettando anche il moto spontaneo di ribellione senza reprimerlo.
Già Freud insegnava che il ruolo del padre è indispensabile per portare i figli fuori dalla simbiosi con la madre. Per svolgere questo delicato compito, il padre deve iniziare il figlio al mondo dei valori. Se il padre si nasconde, i figli non acquistano confidenza con la vita: la mancata forza la esprimono nella passività, diventando muti utenti di apparecchi televisivi e di computer. Ne consegue che i figli mancano di iniziativa e colorano la loro esistenza del grigiore tipico della tonalità depressiva. Tonalità che è fertile terreno per i mass media. Le funzioni educative e di iniziazione alla vita, che nelle società guerriere e primitive erano compito precipuo dei padri, sono state demandate alle madri e alla scuola, e i padri hanno accettato.
A volte anche di buon grado come degli eterni adolescenti, questo processo.
Il padre deve necessariamente esercitare il ruolo di separazione anche con la figlia.
Il padre sa che i figli non sono suoi, essi hanno per natura un cammino di formazione e di maturazione da realizzare. Si tratta un progetto evolutivo che né il padre, né la madre possono realizzare al posto del figlio.
La società del XXI secolo è però povera di uomini di riferimento. L’educazione dei figli è sempre più affidata alle donne. I padri devono riappropriarsi del loro ruolo educativo per il bene non solo dei figli, ma della società.
Cristina Farina
