In un mondo che si muove a una velocità vertiginosa, non è raro incontrare un desiderio nostalgico di ritorno a un “tempo che fu”. La “retrotopia”, un concetto magnificamente coniato dal sociologo Zygmunt Bauman, descrive proprio questo: la fuga nel passato, l’illusione che le soluzioni ai problemi di oggi possano trovarsi in un’epoca idealizzata e, forse, mai esistita.
Ecco, “Oltre la tecnofobia” di Gallese, Moriggi e Rivoltella si pone esattamente come l’antidoto a questa pericolosa tendenza. Non è un libro che si limita a spiegarci come funziona il digitale, ma un’opera che ci invita a superare le nostre paure, inclusa quella di abbandonare le certezze del passato per affrontare la complessità del presente.

Il saggio, grazie alla sua struttura multidisciplinare, smonta pezzo per pezzo l’idea che la tecnologia sia un’intrusione aliena che minaccia di distruggere il nostro modo di essere. Al contrario, ci dimostra come il digitale sia un’estensione della nostra umanità, un “prolungamento” che, se compreso e gestito, può aprire nuove e inattese possibilità. La “retrotopia”, in questo contesto, non è altro che la paura di confrontarsi con questa nuova realtà, il timore di abbandonare le vecchie abitudini per abbracciare un futuro incerto.
Vittorio Gallese, con la sua prospettiva neuroscientifica, ci rassicura che il nostro cervello non è una “tabula rasa” che viene passivamente plasmata dagli strumenti digitali. Al contrario, la nostra mente è dinamica, plastico, e risponde agli stimoli del mondo esterno, che si tratti di un martello, di un libro o di uno smartphone. La “nostalgia” di un’epoca senza schermi, quindi, si scontra con l’evidenza che la nostra interazione con gli oggetti è sempre stata un motore del nostro sviluppo cognitivo.
Moriggi e Rivoltella, dal canto loro, portano questo discorso sul piano filosofico e pedagogico, invitandoci a non cadere nella trappola di un’educazione che guarda allo specchietto retrovisore. L’idea di un’aula senza tecnologia, di un’educazione che ignora il mondo in cui i nostri ragazzi vivono, è la massima espressione di una “retrotopia” che finisce per condannare le nuove generazioni a una profonda arretratezza. Il vero compito del docente non è quello di difendere un passato ormai irrecuperabile, ma di fornire gli strumenti per navigare nel presente, armati di pensiero critico e consapevolezza.
Si legge nella prefazione:
La sfida che abbiamo di fronte non è demonizzare la tecnologia, ma capirne il funzionamento e le conseguenze per utilizzarla in modo critico e responsabile. Non intendiamo trovare e proporre risposte definitive, ma stimolare una riflessione profonda su cosa significhi essere umani nell’era digitale.
In definitiva, “Oltre la tecnofobia” non è solo una recensione lucida sul nostro rapporto con il digitale, ma anche un invito pressante a superare la “retrotopia”. È un’opera che ci spinge a guardare avanti con coraggio, a riconoscere che il passato è un punto di partenza, non un rifugio. E che la vera “umanità” non si trova nella difesa di vecchi schemi, ma nella capacità di adattarsi e di evolvere. Un libro indispensabile per chi vuole costruire il futuro, invece di rimpiangere il passato.