Si può ancora parlare di fascismo nel XXI secolo? E quali forme assume oggi la deriva autoritaria nell’epoca della globalizzazione e della rivoluzione digitale? A queste domande risponde “L’ombra lunga. Le maschere del fascismo nel terzo millennio” (Edizioni dei Merangoli), libro curato da Geraldina Colotti, che raccoglie le riflessioni e le esperienze di trentasei intellettuali, scrittori e attivisti dall’Europa e dall’America Latina. La tesi di fondo è netta: il fascismo non sarebbe soltanto una specifica forma di regime, ma una possibilità ricorrente della risposta reazionaria alle crisi del sistema capitalistico. In questa prospettiva, il problema non riguarda semplicemente il ritorno di simboli, partiti o retoriche del passato, bensì la trasformazione delle tecniche attraverso cui il potere può produrre consenso, paura, polarizzazione ed esclusione. Ed è proprio qui che “L’ombra lunga” sposta il discorso dal terreno della storia a quello della contemporaneità. Uno dei nuclei più interessanti del volume riguarda infatti il rapporto tra autoritarismo e tecnologia. Le vecchie forme della propaganda e del controllo sociale non sarebbero scomparse: avrebbero trovato nuovi strumenti. Il cosiddetto “fascismo digitale”, la “dittatura algoritmica”, la manipolazione dell’informazione e la “guerra cognitiva” diventano così altrettante chiavi di lettura di una realtà nella quale il conflitto politico non si combatte più soltanto nelle piazze, nei parlamenti o sui campi di battaglia. Si combatte anche nell’ecosistema informativo, nella costruzione delle percezioni, nella selezione invisibile dei contenuti e nella capacità di orientare attenzione e paure. Articolato in tre sezioni, “Umanesimo o nazifascismo”, “Il neofascismo oggi” e “Il Venezuela di fronte all’aggressione neofascista”, il libro in particolare intreccia memoria storica, analisi politica e scenari geopolitici. Particolare attenzione è dedicata al Venezuela, presentato dagli autori come uno dei principali terreni dello scontro globale tra forze reazionarie e processi di trasformazione politica. Il valore del libro non risiede soltanto nelle singole tesi, ma nella volontà di costruire una “cassetta degli attrezzi interpretativa”. L’obiettivo dichiarato è fornire al lettore strumenti per riconoscere i nuovi dispositivi del potere transnazionale e per comprendere come memoria, comunicazione, tecnologia, guerra e politica economica possano intrecciarsi. In definitiva il libro rivendica apertamente una posizione e trasforma l’analisi in un invito alla mobilitazione politica e culturale, alla costruzione di un fronte internazionale capace di opporsi alle derive reazionarie. È un’impostazione che rende il volume più vicino al pamphlet politico e al saggio collettivo d’intervento che alla tradizionale monografia accademica.

Geraldina Colotti, giornalista, scrittrice e saggista, traduttrice, è nata a Ventimiglia e oggi vive tra Roma e Caracas. È stata una militante delle Brigate Rosse e per questo ha scontato una condanna a 25 anni di carcere.
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