Aprilia, accessibilità e diritti: la riflessione di Valentina Tartaglia

Aprilia, l’attivista Valentina Tartaglia su accessibilità e diritti per le persone con disabilità: “l’inclusione non può essere un capitolo secondario”

 

“Nel Lazio il Terzo Settore è diventato, a tutti gli effetti, una componente strutturale delle politiche sociali e della coesione territoriale. È un presidio di prossimità, spesso competente e organizzato, che intercetta bisogni reali e quotidiani. Ad Aprilia, però, questa centralità si scontra con un dato evidente: la città, nella sua materialità urbana, continua a essere difficile da vivere proprio per chi avrebbe più bisogno di inclusione. E questo non è un tema “sociale” in senso stretto, ma è un tema di diritti, di qualità amministrativa e di visione.

Non serve spingersi in periferia per rendersene conto. Basta camminare in centro, perché il centro non è soltanto la piazza principale: è anche ciò che sta dietro, via Sabotino, via Montello, via Marconi, Piazza della Repubblica, nelle vie adiacenti come via Mascagni e via delle Margherite e la lista potrebbe continuare ancora, si incontrano marciapiedi dissestati, scivoli assenti o non utilizzabili, percorsi bloccati da ostacoli fissi e arredi urbani collocati senza un criterio di accessibilità. Per chi usa una sedia a rotelle, un deambulatore, o ha una ridotta mobilità, muoversi non è semplicemente scomodo: diventa in molti casi impraticabile, e talvolta persino pericoloso. Il risultato è che la città seleziona, di fatto, chi può viverla e chi è costretto a rinunciare.

Questa condizione appare ancora più grave se si considera che il quadro normativo non lascia spazio a interpretazioni: la Legge 13/1989, il DPR 503/1996 e la Legge 104/1992 delineano obblighi precisi in materia di abbattimento delle barriere e piena partecipazione sociale. A questi si aggiunge la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009, che definisce l’accessibilità come prerequisito per l’esercizio dei diritti fondamentali. Quando questi principi non si traducono in interventi concreti, non siamo davanti a una semplice carenza tecnica: siamo davanti a un deficit di attuazione di diritti. Lo stesso vale per la gestione dei parcheggi riservati. In diverse strade della città si osserva una forte concentrazione di stalli assegnati in modo continuativo, talvolta nella stessa area. È legittimo chiedersi quanti permessi siano effettivamente ancora in essere e, soprattutto, quale spazio resti per chi ha una disabilità ma non possiede un posto assegnato. Perché una cosa è garantire la tutela individuale, altra è trasformare un diritto collettivo in una risorsa di fatto indisponibile per chi ne ha necessità in modo occasionale, pur avendone pieno titolo.

L’accessibilità, inoltre, non riguarda soltanto gli adulti. Nei parchi cittadini, i giochi per bambini con disabilità sono spesso assenti, inadeguati o maltenuti. I parchi gioco inclusivi non dovrebbero essere un’eccezione “da progetto speciale”, ma un indicatore di cura ordinaria del bene pubblico. Quando mancano, si limita non solo il diritto al gioco, ma anche la socializzazione e la vita delle famiglie, che finiscono per spostarsi altrove o per rinunciare. Ricordiamo che Il diritto al gioco è un diritto umano fondamentale per ogni bambino, sancito dall’art. 31 della  (1989). Esso riconosce a bambini e adolescenti il tempo libero, il riposo e la possibilità di dedicarsi ad attività ludiche, ricreative e culturali adatte alla loro età, essenziali per lo sviluppo cognitivo, emotivo e SOCIALE.  C’è poi un tema spesso ignorato, ma decisivo: la presenza di bagni pubblici accessibili. In una città di circa 75.000 abitanti, la loro carenza pesa enormemente sulla vita delle persone, soprattutto di chi vive disabilità invisibili e condizioni che richiedono la disponibilità immediata di un servizio igienico. Non tutte le attività commerciali consentono l’uso del bagno senza consumazione, ed è ovviamente una scelta comprensibile. Ma questo non può trasformarsi in una barriera strutturale della città. Ad Aprilia vivono tra le 6.000 e le 7.500 persone con stomia e/o incontinenza, una condizione spesso invisibile ma con un impatto quotidiano enorme su autonomia, accessibilità e partecipazione: conti alla mano, circa una persona su dieci. In questo quadro, l’assenza di servizi igienici pubblici accessibili, inclusi bagni chimici attrezzati per persone diversamente abili, già disponibili in molte altre realtà urbane, non è un dettaglio: è una mancanza che produce esclusione.

In tutto questo, colpisce l’assenza di un coinvolgimento stabile e strutturato delle associazioni. Eppure, una parte rilevante del mondo associativo nasce proprio dall’esperienza diretta di chi vive la disabilità in prima persona o di familiari e caregiver: persone che conoscono i problemi nella loro concretezza e che spesso hanno già individuato soluzioni realistiche, sostenibili, attuabili. Il Terzo Settore può e deve essere interlocutore nelle politiche pubbliche, non solo quando si tratta di “animare” la città o di realizzare iniziative, ma quando si progettano marciapiedi, parcheggi, aree verdi, servizi essenziali. Senza questa voce, la pianificazione rischia di rimanere astratta e distante dalla realtà che una persona disabile vive ogni giorno. A queste considerazioni si affianca una riflessione personale che, inevitabilmente, assume un valore civico e politico. Vivo io stessa una condizione di invalidità e da anni mi occupo in prima persona della tutela dei diritti delle persone con disabilità invisibili, portando la mia esperienza in contesti istituzionali, sanitari e sociali come attivista e Stoma Ambassador. Proprio per questo, è profondamente sconfortante constatare come la mia città, su temi così essenziali, continui a mostrarsi lenta, frammentata, spesso incapace di dare risposte adeguate.

È altrettanto doveroso chiarire un punto: la condizione politico-amministrativa di Aprilia è nota e complessa, e le criticità descritte non possono essere imputate a chi si trova ora ad amministrare la città, gestendo quanto possibile un quadro ereditato. Questi problemi sono più profondi e più vecchi: sono il risultato di anni di scelte rimandate, interventi sporadici, mancanza di una visione complessiva. Sono, in un certo senso, cicatrici che la città porta sulla propria pelle.

Proprio per questo, il tema dell’accessibilità e dell’inclusione non può più essere trattato come un capitolo secondario. Quando una città non è accessibile, non è pienamente libera; quando i diritti restano sulla carta, l’inclusione diventa una parola vuota. Aprilia ha bisogno di un’assunzione di responsabilità amministrativa chiara, continuativa e misurabile: non per inseguire l’emergenza, ma per ricostruire una normalità in cui muoversi, partecipare e vivere lo spazio pubblico, un’accessibilità che sia di fatto possibile per tutti. Con istituzioni che si interessino, con un Terzo Settore coinvolto in modo reale, e con la consapevolezza che il rispetto dei diritti non è un’opzione: ma un dovere. Aprilia ha bisogno di pianificazione, comprensione e soprattutto di un’amministrazione che inizi a vedere la città anche con occhi diversi e da diverse prospettive, ha necessità di persone che imparino ad ascoltare e a comprendere anche ciò che non sempre è percepibile ad occhio nudo. Perché ricordiamo, non tutte le disabilità sono visibili (anzi, circa l’80% delle disabilità non è riconoscibile a occhio nudo), ma esistono.  E noi vogliamo essere parte attiva nelle decisioni che ci riguardano, non vogliamo più scelte prese “per noi”, ma vogliamo decisioni scelte, “INSIEME A NOI!” “

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